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Mi è facile comunicare con un oggetto così come può fare un fotografo con le sue
foto o cuoco con le sue ricette. E’ un modo diverso di dire come la pensi, senza
usare le parole. So vedere e carpire la bellezza di una lavorazione e metterla
in pratica in un oggetto. Se escogito un modo particolare di appendere un abito
ad un supporto...ebbene quello è un modo di dire agli altri: ‘guardate che si
può anche fare così!’ Quando penso un oggetto mi domando come reagirebbe un
ipotetico fruitore di fronte ad esso: con stupore, con semplice consenso, con
fare scontato... E’ difficile ma c’è sempre un modo diverso di esprimersi che
non necessariamente cade nel design ardito. Mi piace confrontarmi col passato,
con gli oggetti di artigianato che resistono a mode e a materiali innovativi.
So guardare le cose immaginandole in altri contesti che non siano
necessariamente quelli in cui mi trovo ad operare o a vivere. So guardare le
cose ‘dietro’, un oggetto va guardato nel lato nascosto se lo ha. Tempo fa mi fu
proposto di scegliere dei colori di un laminato per un arredamento. Le tonalità
erano tantissime ed anche le proposte. La finitura del materiale
perfetta....tutto funzionava ma c’era qualcosa che non quadrava. Era
pretenzioso, il materiale aspettava di essere scelto per forza. Girando la
mazzetta dei colori ho notato l’estrema bellezza del retro del materiale, così
variegato, naturalmente scanalato, inaspettatamente piacevole al tatto....Ecco,
il materiale lì non era pretenzioso, non si era pensato a farlo piacere anche
dietro, nessuno dei tecnici s’era messo a pensare bene anche quella facciata.
Probabilmente un mobile con laminato ‘girato’ verrebbe bellissimo! Anche le
sedie vanno viste da dietro, non da davanti. In effetti le si sceglie
guardandole dalla parte sbagliata! Quando sono in ordine sotto i tavoli...ebbene
le vediamo da dietro e per la maggior parte così si mostrano a noi. Quindi
curare anche il verso retrostante...ripaga!
Proviamo a distinguere, nel limite del possibile, sei vocaboli o concetti che
spesso interagiscono tra loro creando confusione. Cos’è un oggetto di design? E
uno di styling? E uno d’arte o di artigianato? E uno kitsch o
pacchiano? Cominciamo dall’ultimo, il più vile e non me ne voglia qualcuno per
questa affermazione. Sono quegli oggetti che screditano la produzione e che,
ahimé, vendono. L’oggetto pacchiano è privo di buon gusto, vistoso e
volgare. E’ legato non solo all’ignoranza di chi lo produce ma anche di chi li
compera. Esempi a josa: il boccale di birra a forma di stivale, coprivolante e
coprisedili in folto pelo, cani in ceramica a grandezza naturale, stuzzicadenti
in argento, rubinetteria in finto oro...Vi si nota in essi la ridondanza,
l’amplificazione di una debole idea. Spesso tali oggetti sono connotati da un
cambio vistoso di materiale, di peso, di dimensione, di colore. Le intenzioni di
chi li produce sono comunque serie e non vogliono in buona fede far riferimento
al ridicolo. Anzi il riferimento è schietto: fare colpo, vendite, fatturato. Vi
è un settore che è quello dei giochi nel quale tali oggetti non appaiono. Non
solo i piccoli non li capirebbero, ma anche non hanno ancora sviluppato quella
cattiveria ostentatrice necessaria per possederli.
L’oggetto kitsch è anch’esso di cattivo gusto più o meno intenzionale,
tipico dei prodotti della cultura di massa: il galletto
segnatempo, la madonnina in
plastica stampata contenente acqua “no Lourdes”, la gondolina in plastica con
tutte le sue lucette...Tali oggetti hanno piccole dimensioni, non sono
appariscenti come quelli pacchiani e nella loro bontà propositiva possono
indurre anche a tenerezza! I negozi di bomboniere, i venditori di souvenirs e di
oggetti religiosi ne sono pieni.
Nell’oggetto di artigianato spesso non vi è una tecnologia avanzata,
essendo il prodotto legato alla manualità. Sarebbe quindi giusto parlare di
manufatti che stanno a testimoniare materiali e lavorazioni consolidate nel
tempo e legati alla cultura contadina di appartenenza: un cesto in vimini,
taglieri in legno, maschere in cartapesta...L’oggetto d’arte è connotato
dall’essere di solito un pezzo unico o almeno numerato in serie limitata. Non ci
soffermeremo comunque per valutare l’artisticità o meno di un oggetto e sui
confini inesistenti di tale espressione creativa.
Lo styling invece è un virtuosismo di forma, un dare stile...: una
boccetta di profumo, una linea di automobili o di elettrodomestici per la casa.
Bruno Munari definiva tale pratica come uno svolazzo estetico su prodotti in
serie a funzione estetica. Ed il design infine. Dal vocabolario traggo:
“ideazione e progettazione di oggetti d’uso da prodursi in serie dall’industria
secondo forme esteticamente valide in rapporto alla funzionalità dell’oggetto,
più propriamente industrial design”. Il design quindi dovrebbe essere una
progettazione logica. Necessarie quindi cura esecutiva, sicurezza avallata da
certificazione, dichiarazione di una tecnologia avanzata...L’insieme dei vari
dettagli vanno a costituire quello che oramai tutti i teorici concordano nel
definire “valore aggiunto”. Quindi se aggiungi il design ottieni di più. Nel mio
piccolo io lo considero come una lavorazione in più che va riconosciuta, una
paternità latente che va manifestata.
Che cos’è il design allora? Una brutta bestia? Non lo so e non voglio
chiedermelo. E’ come se un idraulico od un macellaio si chiedessero
rispettivamente: cos’è l’idraulica e cos’è la macellazione! Domande stupide che
non portano a niente. Un giorno chiesero al famoso regista Martin Scorsese che
cosa fosse per lui il cinema ed egli rispose stupito: “Non so,...mettersi dietro
una macchina da presa e a dei riflettori e..., tutto lì”. Quindi è solo una
questione di fare ed il resto viene da sé? Forse!
Artigianato e design, che cosa li lega? Sono accomunati dal fare, dal
produrre. Non li lega invece il concetto iniziale a cui ognuno di essi si
ancora: l’artigianato si richiama alla tradizione, al già visto, in poche parole
all’oggetto affidabile perchè già sperimentato dalla comunità. Non importa se
bello o brutto, non si contemplano tali possibilità. L’importante è che esso
risponda a funzionalità e a durata. L’oggetto di design invece è spesso
slegato dalla tradizione, dal buon senso costruttivo, si affida di più alla
fantasia, all’idea particolare, alla novità, alla comunicazione visiva,
dimenticandosi spesso dell’ergonomia, del funzionamento, del corretto uso di
materiali; si fa spesso riferimento all’ironia, alla sperimentazione, allo
stupore, al colpo d’occhio. I prodotti si scrollano di dosso quel che di
stantio, di rassicurante che invece accompagna un manufatto popolare. In taluni
casi oggetti di design occhieggiano all’arte e viceversa. I confini sono
labili...
Una volta non c’era un contadino che non sapesse fare da sé gli utensili di uso
comune indispensabili per i tanti lavori quotidiani e per la casa: oggetti che
mani abituate rifacevano con precisione meccanica, quasi automaticamente nelle
stagioni morte o la sera; erano abili mani dei convenuti “a veglia” davanti al
focolare, o delle donne fuori la porta a chiacchiera prima di desinare” o in una
pausa dei lavori domestici.
Colori...quanti colori ci sono che contornano il nostro tran tran quotidiano.
Siamo più colorati di un tempo, me ne accorgo quando vedo filmati di venti o
trenta anni fa: noto che allora vi erano tinte tenui, grigi, gente vestita con
toni non appariscenti. Cento anni fa credo fosse ancora più triste per la gente
comune, il vestiario, i muri, le mobilie non davano certo vivacità visiva
all’esistenza. Tutto era dimesso, pacato, costruito per durare e servire e non
per essere mostrato. Era la natura che provvedeva a dare elementi cromatici ed
emozioni forti all’uomo: animali, frutti, fiori, piante...
C’era una stanza non grande nella casa della mia nonna nella quale noi nipotini
non potevamo entrare. Era sempre chiusa ed io piccolo mi chiedevo perchè quel
luogo doveva esistere così, chiuso, senza che mai nessuno potesse vederlo. Il
perchè è presto svelato: il salotto era realizzato in stile barocco, mobili
laccati con parti in foglia d’oro e d’argento, tessuti pregiati, cristalli,
specchi decorati, vetri molati, porcellane, statuine, tappeti...stile pesante
per i nostri giovani occhi ma intoccabile per quelli dei grandi. Si poteva
entrare in quel luogo solo se strettamente accompagnati dalla nonna. Quella
stanza quindi era lì per fare bella figura, non per essere vissuta, quei mobili
erano lì per essere usati solo un paio di volte l’anno, quando venivano le
signore a bere il the.
L’arredamento spesso esiste per ostentare uno status sociale raggiunto, spesso
esigiamo per la nostra casa composizioni che vediamo perfette nelle vetrine...
per poter mostrare qualcosa anche noi, per far vedere che siamo al passo, che
possiamo permettercelo. Cos’è quel qualcosa? E’ un’ elevazione. Possiamo far
vedere che godiamo di un privilegio. Il letto che scegliamo non è il letto dove
si dorme bene ma è il letto che è in vista a tutti in questo o quel negozio. Il
poterlo possedere ci fa sembrare importanti.
Ci sono poi casi opposti che ho avuto occasione di fruire personalmente:
abitazioni dove i bei divani sono coperti con teli per non essere rovinati,
tavoli di legno massiccio coperti con teli di pvc trasparente per non essere
strisciati od ammaccati. E’ il caso contrario: i padroni di casa sono schiavi
dell’arredamento in maniera ossessiva. Ed anche questo non va bene. La casa deve
essere vissuta, l’oggetto od il mobile devono servirci, non devono essere lì a
pavoneggiarsi.
Che
cosa è il bello? Me lo chiedo spesso. Anni fa trasportavo mia nonna in
automobile e ad un certo punto mi disse:” Fermati! Costeggia! Guarda che bel
cancello, mi è sempre piaciuto, ogni volta che ci passavo davanti a piedi! E’
uno splendore!” Era un cancello in ferro battuto con tutti ferri ritorti ed
arzigogolati. Intrecci ovunque, di gusto pesante. Tentai di spiegare alla cara
nonna che non si poteva considerare bello. Fu impossibile, non c’era verso. Per
lei quel cancello corrispondeva al bello, anzi più tardi rincarò con sicurezza a
bellissimo. Mi accorsi che i concetti cambiano, con i tempi, con le generazioni,
con lo sviluppo, con le tecnologie, con le geografie. Per la nonna probabilmente
un cancello di design estremo sarebbe stato sicuramente brutto. Allora il bello
è qualcosa che scaturisce dal di dentro, un qualcosa che muove a piacere,
qualcosa che ti distoglie per un attimo dal resto e ti attrae rilassandoti!
Carlo Guazzo
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